Il blu dentro

16 maggio 2012 1 commento

E’ vero con l’età non si modifica solo il fisico (ahimè!) si modificano o perlomeno si dovrebbero modificare anche i comportamenti, il nostro modo di pensare. E  non è detto che queste modifiche siano per forza tutte negative. Per esempio dimuinisce il dovere di essere seducenti con la bellezza, ho sempre pensato che la seduzione non è una questione di corpo ma di cervello, ma è comunque una liberazione dal dover essere sempre belle e sembrare per forza giovani, si diventa più ironiche, anche su noi stesse, si è più distaccate e si prova quasi compassione per tutti gli sbagli fatti in gioventù, per tutte le volte che ci si è sentite stupide, fragili, inadeguate e anche se si continua ad esserlo non è più una tragedia, si impara a convivere con i propri difetti e si è più tolleranti con quelli degli altri. Quello che mi piace del non essere più una ” jeune fille” è che si smette di prendere tutto maledettamente sul serio, di stare sempre in prima linea, ti liberi dall’ obbligo di piacere a tutti i costi e a tutti, puoi anche lasciare più spazio ad altre, ritagliandoti però un angolino tutto tuo che ti arricchisce e, senza falsa modestia, ti rende ancor più affascinante. Molte donne en agèe invece, e aggiungo purtroppo, rincorrono la perduta giovinezza trasformandosi tutte in “donne gatto” con interventi estetici al limite del mostruoso, si ostinano a vestirsi come Barbie invecchiate (e invecchiate male…) e si accompagnano a uomini molto più giovani, tutti comportamenti che, ben lungi dall’essere una moralista, non comprendo. Certo riconosco la bellezza in un uomo giovane e capisco quanto si possa essere lusingate dall’ essere corteggiate da aitanti giovanotti, ma pardonne moi, non riesco a subire il loro fascino, trovo molto più intrigante il fascino di un uomo adulto che ha vissuto, che ne ha viste e sentite e che ti può consigliare, insegnare, migliorarti. Un ragazzo, per quanto bello, mi suscita solo tenerezza, sentimento che poco ha a che fare con la passione e con l’amore.

C’è invece un aspetto del passare degli anni  che mi piace meno: l’aumento della malinconia, “il blu dentro”. C’è una parte di me che io chiamo “la sorella” che è malinconica e che ogni tanto coccolo un pò, forse troppo e quando si invecchia, si sa, si diventa anche più coccoloni…. Ma purtroppo non si perde la paura di sbagliare, di amare troppo, di soffrire troppo, quindi si tende a fuggire dai rapporti troppo complessi, pieni di sospesi e di non detti, anche se noi malinconici ne siamo inevitabilmente attratti. Ma con l’ età si impara che con il tempo e con mille cautele la paura si può vincere, certi rubinetti dell’anima si possono riaprire perchè la vita molto spesso non ti dà tutto il tempo che vorresti e se si arriva troppo tardi le delusioni e i dolori sono ancor più difficili da superare. In ognuno di noi c’è un anfratto nel quale si depositano le scorie della nostra sensibilità e se le nascondiamo troppo a lungo rischiano di marcire. Crediamo che sia più facile autoisolarci, ma così facendo non facciamo altro che mandare all’aria le varie opportunità che la vita offre, ci neghiamo di avere successo, di incontrare qualcuno disposto ad amarci incondizionatamente ma che invece rifiutiamo. Ci si chiude in una forma subdola di autismo, si è in contatto solo con noi stessi ed è allora che, come lo chiamo io, abbiamo il ” blu dentro” . Quello che mi ha sempre salvato da questo pericoloso ” blu dentro” è che continuo ad avere la capacità e la voglia di incazzzarmi, di reagire alle continue prove che la vita sembra si diverta a sottoporti e che, contraddittoria come sono, mi stanco anche della “sorella malinconica”. Ci sono situazioni che non siamo in grado di modificare, ma perchè arrendersi al dolore e privarsi di qualcosa che ci fa stare bene come per esempio scrivere? Grazie a questo ed anche al consiglio di un Writer più bravo e più saggio di me che non ama i complimenti ma ha spesso ragione il mio blog è rimasto in stand-by per poco perchè gia mi mancava. E un grazie a chi e non siete pochi, anche in questi giorni ha continuato a leggerlo.

A Bientòt

One Day at a Time

Prima di sospendere, spero solo momentaneamente, questo mio blog di confessioni stralunate, volevo ringraziare tutti coloro che hanno speso del tempo per leggermi e commentarmi, è vero che chi scrive lo fa per se stesso ma è anche vero che sotto sotto la gratificazione di sapere che c’è qualcuno che ti legge non è cosa da poco. In questo momento purtroppo le mie priorità sono altre, ci vuole tutta la mia forza e la mia attenzione per superare ancora una volta le prove che la vita si diverte a sottoporti, ma se e quando riprenderò a scrivere vorrà dire che quelle prove le ho superate, o semplicemente ho accettato il fatto che la vita quando passa al contrattacco spesso è più forte di tutta la tua determinazione e vince. Ma devo combatterla questa battaglia e non solo per me stessa ma soprattutto per la persona che dal mio primo minuto di vita mi è sempre stata accanto, mia madre. Affrontando un giorno alla volta, anzi un minuto alla volta, forse ce la faremo, forse no, ma di sicuro ci proveremo.

One Day at a Time.

Telling Stories

23 aprile 2012 1 commento

Che cosa si può fare quando ci prendono le paturnie? Dicasi ” paturnie” dal dizionario italiano: ” cattivo umore, nervoso, stizza” ma in realtà sono molto di più, si può essere malinconici, tristi, ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, ma non si sa esattamente di cosa, si mette tutto e tutti in discussione, ci si sente vuoti e inutili. Se vivessi a NY forse farei come Holly in Colazione da Tiffany e andrei proprio da Tiffany per farmele passare, ma ahimè non è così e quindi non le combatto, non le evito, ma lascio che mi sommergano finchè poi passano da sole o c’è qualcuno tanto bravo da farmele passare. Così in questo grigio tardo pomeriggio di paturnie abbasso le luci, accendo le candele e scrivo con in sottofondo  Telling Stories di Tracy Chapman, ottima compagna di paturnie. Scrivo e lascio che i ricordi più belli che ho mi tornino alla mente, fino a quando i ricordi stessi siano talmente dolorosi quanto difficili da sopportare, mi spingo fino alla soglia più alta del dolore perchè così facendo so che riuscirò a soppportare qualsiasi altra cosa, perchè per affrontare i dolori della vita ci si deve allenare e non scappare per evitarli. Oggi in particolare ce ne sono tanti di ricordi, è il compleanno della mia mammina e sono consapevole che sia già una gran fortuna poterla festeggiare, averla ancora qui con me, ma non riesco ad accettare che non sia più la mia mammina forte, che non sia più il mio punto di riferimento ma lo sia ora io per lei, che non sia più in grado di consigliarmi, di aiutarmi nei momenti di difficoltà, di consolarmi, di essere la mia confidente, di riuscire a farmi passare le paturnie con una battuta, con un abbraccio. E’ stata una mamma protettiva, mai severa ma mi ha sempre riportata alla realtà frenando i voli pindarici di una figlia così poco concreta e visionaria. Lei è ancora qui con me ma ci sono dei momenti in cui non c’è, è già lontana, assente e per chi come me è ancora profondamente figlia è un dolore vederla così, mi manca. Poi però, come è successo oggi, mi guarda e con l’istinto di mamma mi dice: ” Ninina cos’è quel musetto triste?” e le paturnie cominciano a fare meno male. Buon Compleanno Mammina.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

”  There is fiction in the space between / The lines on your page of memories / Write it down but it doesn’t mean / You’ re not just telling stories”

La via di Socrate

18 aprile 2012 3 commenti

Gli artisti, gli scienziati, i grandi statisti aprono nuove vie perchè scoprono nuovi aspetti della libertà, della conoscenza, della giustizia e questi temi dovrebbero essere i tasselli di quel ” pavimento etico” su cui si fonda una nazione, da quanto tempo in Italia non è più così? Ogni cultura è un mondo di beni, come l’Atene del V secolo a.C. o la Firenze del Rinascimento e dovrebbe incarnare il sentire dominante nei comportamenti abituali e nelle prospettive delle persone, scoprendo valori nuovi o nuovi aspetti di quelli vecchi. Perchè la condotta di ognuno di noi contribuisce a formare la cultura del proprio tempo e si dovrebbe fare più riferimento alla ” via di Socrate”, lungo la quale si è sviluppato il meglio della cultura europea: quella del dubbio, della veglia critica, del costante interrogarsi sull’ adeguatezza delle nostre azioni. Così l’ Europa ha reso possibile il progresso nelle scienze, nelle arti, nella morale e, non per ultima, nella politica. E nonostante ciò oggi, particolarmente nel nostro paese, assistiamo a una sorta di ” nichilismo inconsapevole”, nutrito da forme sempre più forti di auto-destituzione della coscienza. Forme grottesche di indifferenza alle violazioni dei valori base della convivenza civile, dallo sfruttamento di risorse pubbliche a vantaggio privato al trionfo della ” cultura” delle oscenità, solo per citarne un paio. Questo è per me nichilismo inconsapevole, fatto di ignoranza, di irresponsabilità, incuria, il cui slogan è ” me ne frego”, nutrito in Italia dalla svendita di legalità e di correttezza in cambio di consenso elettorale. Come è possibile non vedere la desertificazione culturale e i modelli di bassa lega continuamente proposti da un certo potere mediatico dilagante? C’ è forse una sorta di auto-anestesia che ben si coniuga con un complessivo stato di depressione, di autolesionismo? E’ un sentire che la nostra vita non ha più alcun valore, che c’è un assenza di giustizia, non solo sociale, ma anche legale e morale, è un voler sfigurare la nostra stessa identità, il nostro stesso volto di  ” Nazione”, una sorta di ipnosi morale collettiva. Eppure io voglio ancora credere che ci siano dei segnali di risveglio, che ci sia una reale esigenza di moralità, la nostra stessa sofferenza può essere un risveglio, seppur spesso doloroso, ma dal quale deve scaturire la consapevolezza di andare a cercare quello che ci manca, di provare un disgusto che non possiamo più rimuovere, di un’ indignazione che, almeno a parole, oggi sembra essere sempre più diffusa. Ma l’indignazione non va confusa con la rabbia o con il risentimento personale verso qualcosa o qualcuno che ci ha fatto del male, non è la risposta ad un torto fatto a me o a chi è dalla mia parte, ma ad un torto fatto a chiunque, in quanto torto e ingiustizia in sè. L’ indignazione è un sentimento morale perchè ha il senso dell’ universale, non solo di noi stessi, farne un buon uso ha permesso di decretare nuove leggi, nuove dichiarazioni dei diritti, nuove costituzioni degli Stati, significa fare un buon uso della sofferenza morale e civile che il sentimento di indignazione contiene, senza alcun interesse personale ma per un reale senso di giustizia. E deve essere fonte di un nuovo progetto politico e civile, di cui tutti noi, aldilà di ogni schieramento e ceto sociale siamo responsabili. E’ una questione civile, è l’unica via possibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categories: Etica e Civiltà

RMS Titanic

Ci sono ricascata. Ogni volta che vedo il trailer in tv mi dico: ” basta stavolta non mi frega non lo vedo!”, ho resistito stoicamente ad andare a rivederlo al cinema, ma soltanto perchè lo danno in 3D  e non amo emozionarmi con dei tremendi occhialini che chissà chi  ha indossato prima di me ( confesso sono schizzinosa) e non mi piace piangere circondata da estranei. Ma ieri era una domenica di ” paturnie” e alla sera davano in tv il film Titanic, ottima scusa per  frignare in santa pace. Premetto che non è il mio genere di film preferito, anche per una sorta di snobismo che mi rende diffidente verso i kolossal milionari che gli americani sfornano di tanto in tanto senza mai riuscire a raggiungere l’ inarrivabile ” Gone with the wind”, e perchè amo sì il melodramma ma non il romanticismo zuccheroso a rischio di aumento del livello di glicemia fuori da ogni livello tollerabile. Ma, come per tante cose che nella nostra vita ci fanno male e non ci piacciono più di tanto e non si capisce come e perchè ma le facciamo lo stesso, così mi sono sistemata sul divano e l’ho rivisto per l’ennesima volta con tutte le conseguenze del caso. Sul transatlantico più famoso del mondo in rotta verso il suo inesorabile destino Rose e Jack vivono la loro altrettanto tragica storia d’amore, lei è una giovane aristocratica promessa sposa a un mecenate dell’acciaio che ovviamente non ama e lui invece è un giovane pittore bello e squattrinato che dal primo momento in cui la vede ha il suo bel daffare a salvarla in tutti i modi possibili e, come tutti gli eroi che si rispettino, sacrifica la sua vita per lei. Azzurro e rosso sono i colori protagonisti di un film accorato e maestoso che comunque riesce ad arrivare al cuore dello spettatore, Cameron ha un senso giustamente mitico della tragedia e profondamente umano per l’epoca in cui si svolge la trama. Gli ultimi 90 minuti sono, a mio modesto parere, costruiti con un magnifico impennarsi della tensione emotiva e forse la storia d’amore che fa da filo conduttore è proprio l’anello fragile del film anche se trovo che il personaggio di Rose domini la scena con una figura di donna anacronistica per quei tempi ma assolutamente protagonista e ancor più affascinante con tutti i suoi dubbi e le sue fragilità che poi si riveleranno i suoi punti di forza. E alla fine dei 190 minuti di film, in qualsiasi situazione o periodo mi trovi, la prima volta lo vidi al cinema nel ’98, la situazione è sempre la stessa, lacrime , lacrime, lacrime, un pianto irrefrenabile ma anche liberatorio, un pò come quello dei bambini che piangono inconsolabili per un giocattolo rotto o per un dolcetto mancato e subito dopo si addormentano pacifici. Forse avevo bisogno di piangere e il Titanic è stato solo un pretesto ma tant’è che alla fine anch’io mi sono addormentata con gli occhi gonfi ma con il cuore più leggero.

” Il cuore di una donna è un profondo oceano di segreti”

11

11 cose su cui riflettere in una piovosa serata dell’ 11 Aprile.

1) Ma è proprio vero che il cervello degli uomini è diverso da quello delle donne e questo giustificherebbe tutta una serie francamente insopportabile di luoghi comuni ( Es: la donna se tradisce lo fa con il cuore l’uomo solo con qualcos’altro che non è nè il cuore nè il cervello…)?

2) Perchè quando siamo di cattivo umore e magari abbiamo anche dei validi motivi per esserlo ci dobbiamo sentir dire: ” E’ tutta colpa degli ormoni”?

3) Perchè una donna che ha più successo di un uomo deve necessariamente essere definita: mascolina, frustrata in amore, una vera str….?

4) C’è una regola non scritta che ci impedisce di invecchiare, di sembrare tutte ” dietro liceo davanti museo” oppure se qualcuno l’ha scritto forse io me lo sono perso?

5) E ce n’è un’altra che impedisce all’uomo di commuoversi pena la perdita di dignità maschile e alla donna di poter passare dall’allegria alla tristezza senza sentirsi dire che ha il ciclo?

6) Chi ha stabilito che non ci piace più essere corteggiate, che ci offendiamo se un uomo ci apre la portiera dell’auto e se ci prepara una cena a lume di candela cucinando meglio di noi?

7)  E ammesso e non concesso  che non esiste la parità tra uomo e donna e non esisterà mai perchè non dovrebbe farmi piacere sentirmi protetta, coccolata e lasciar fare all’uomo quelle che una volta venivano definite “cose da uomo” visto che poi noi le ” cose da donne” dobbiamo comunque continuare a farle?

8) Perchè non ammettere che si fa una gran fatica a vivere, che non si ha sempre voglia di ascoltare, sopportare, giustificare e fingere di stare bene?

9) E d’altro canto non si è delle totali idiote se ci si continua a fidare, se si crede nonostante tutto in un lieto fine e se abbiamo ancora voglia di un mondo migliore o dobbiamo per forza abituarci a vivere sempre male?

10) Dire quello che si pensa, esternare le proprie emozioni, le proprie debolezze, appassionarsi ad un progetto, gioire perchè ci siamo potute permettere quella borsa che ci piace tanto deve per forza essere sinonimo di superficialità?

11) La gentilezza, la bontà d’animo, l’ onestà, la sincerità sono diventati dei difetti e non ce ne siamo nemmeno accorti?

La vita è troppo breve per seguire delle regole, ma abbastanza lunga per essere migliori.

How to Be Alone

“Come stare soli” è una raccolta di saggi di Jonathan Franzen, scrittore statunitense annoverato tra i venti scrittori del  XXI secolo dal New Yorker e, secondo il mio modesto parere, con merito. In particolare mi ha colpito il fatto che dichiari  di aver scoperto sin dall’ infanzia di appartenere a una tipologia di lettore ben definita: l’isolato sociale, che vive la sua esperienza di lettura come dialogo con un ” essenziale mondo immaginario” e non potevo trovare definizione  migliore per descrivere la mia avventura nella lettura. Questo mondo essenziale immaginario non è propriamente un rifugio, ma è ben altro; nelle opere narrative chi appartiene a questa tipologia riconosce una sensazione di imprevedibilità che è un tratto distintivo della loro esistenza, rifugge le facili soluzioni e non teme la solitudine. Ed è aumentata la mia stima nei suoi confronti dopo aver letto una sua considerazione sul fenomeno dei social network dichiarando che: ” sono un triste scenario di un’ umanità tecno-narcotizzata, che si sente viva solo perchè consuma senza interruzione live-news e I like it che dopo tre minuti già non conteranno più niente, mentre ci sarebbe un enorme bisogno di storie grandi, elaborate e complesse che solo uno scrittore solitario e concentrato può produrre.” Forse come tutti gli insicuri tendo a dare sempre ragione a quelli per cui ” vado matta” e anche in questo caso non posso farne a meno, anche se l’ Intellighenzia che difende questi strumenti ha subito replicato a  Franzen, definidendolo luddista e moralista, provando a spiegare che i vari Twitter, Facebook & Co. sono un mezzo come un altro e che dipende da come lo si usa e anche a loro non gli si può certo dar torto. Anch’ io a volte li uso, sempre meno perchè trovo che non siano paragonabili all’emozione che ti può dare un tuo blog e alla soddisfazione di cliccare su ” Pubblica” alla fine di un post, ma non riesco a capire perchè una certa categoria di cosiddetti ” Moderni” difenda a spada tratta i prodotti tecnologici. Davvero riescono ad identificarsi in loro a tal punto da indignarsi se qualcuno li disprezza!? E se è così siamo sicuri che faccia bene diventare schiavi di un oggetto, di provare quasi un affetto fraterno che porta a difenderlo contro tutto e contro tutti!? ” Fratelli di un oggetto” è una bella definizione ma è altrettanto triste e inquietante e mi sorge spontanea la domanda: come mai c’è tanto bisogno di sentirsi fratelli e sorelle di qualcuno o di qualcosa, un gran bisogno di identificarsi, di far parte di una fazione contro l’altra, perchè c’è  tanta insicurezza, confusione, paura di essere soli, quando alla fine forse siamo tutti comunque dannatamente soli, anche su Twitter, Facebook & Co.!? E’ una moda che non condivido e non comprendo, in fondo sono, ahimè, dannatamente una vera figlia unica.

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