Perché non a me ?

L’amore non può essere malato.
Non è amore.
E neppure malattia.
È mostruosità.Bruciare viva una donna e andarsene perché si sta provando vergogna…mentre le urla e l’odore acre invadono ogni respiro…si chiama con altro nome.

Personalmente non voglio più ascoltare toni pacati, 
o scusanti a comportamenti che non ne devono avere.

Pretendo rabbia, disgusto e certezza della pena.

In Italia da gennaio sono 41 le donne uccise.
Non dimentichiamolo e non abituiamoci a questa barbarie.

Io ho provato vergogna, quando mi è stato chiesto che significato ha la parola “femminicidio”, perché in Francia è una parola che non esiste e quindi il problema è solo nostro, nostra è la colpa. 

Sara era bella, bionda, giovane, intelligente ma tutto questo non l’ha salvata, è morta bruciata viva nell’auto data alle fiamme dal suo ex, a Roma.

Se qualcuno si fosse fermato su Via della Magliana, mentre Sara chiamava aiuto rendendosi conto di essere seguita dal suo assassino, se qualcuno avesse chiamato la polizia invece di ignorare quelle braccia alzate, forse Sara sarebbe ancora viva. 

 Credo che dopo questa tragedia le nostre parole sgomente, la nostra pena, il nostro orrore per l’ennesima vita di donna distrutta per sempre non bastino più. Come non basta la rabbia contro l’uomo assassino, di solito un ex, di solito lasciato da poco a cui si augura la stessa fine che ha inferto o la galera a vita. Né basta invocare la repressione e/o un maggior controllo delle forze di polizia, come se ogni relazione tra uomo e donna potesse essere concretamente monitorata se non da chi la vive.

Purtroppo la violenza discende dalle asimmetrie di potere ancora esistenti tra i sessi. Pur con le dovute differenze,le donne sono ancora,quando va bene più povere, meno occupate, meno rappresentate, quando va male morte ammazzate, quasi sempre da chi doveva amarle, rispettarle, proteggerle.

Quello che forse dovrebbe cambiare è dunque la nostra percezione della violenza contro le donne. 

Occorrerebbe partire dal riconoscimento e dalla consapevolezza dei micro-machismi , dalle esperienze diffuse di sessismo quotidiano, da tutti i casi e gli ambiti della vita in cui una donna è attaccata solo in quanto donna.

La violenza infatti appare come figlia non del raptus o della pazzia, ma del sessismo, complesso fenomeno ben radicato e camaleontico, capace di cambiare di colore al variare delle situazioni, mimetizzandosi.

Tanto da rendersi persino impercettibile mescolandosi all’aria che respiriamo, tanto che a volte occorre avere il naso allenato per individuarlo.

E proprio di sessismo è fatta la cultura in cui siamo immersi e in cui galleggiamo con la stessa indifferenza che hanno mostrato gli automobilisti che non si sono fermati vedendo le braccia alzate di Sara. 

E sebbene appaia evidente che non esistono soluzioni rapide e immediate contro la violenza sulle donne, la difficoltà di scardinare un sistema dominante non può certo ridurci all’immobilità. 

Che fare? Pretendere dalle Istituzioni che si investano risorse nei centri anti-violenza nati dal sapere delle donne e nell’educazione sessuale e affettiva dei giovani e giovanissimi di ogni scuola dal centro alla periferia. E come collettività si potrebbe provare a essere più informati e consapevoli, sforzandoci di riconoscere la violenza ben prima che si manifesti, pensandola come una variabile più che possibile all’interno di una relazione uomo-donna. 

Condividendo saperi, fornendo letture critiche della realtà, costruendo relazioni paritarie, e, nei casi concreti, riuscendo a dare informazioni concrete, nomi di centri e di esperti/e, a chiunque si trovi ad affrontare una situazione di violenza, latente o palese. O più semplicemente, smettendo di pensare ai casi di violenza come episodi isolati e che non ci riguardano, perché non è così, può succedere ad ognuna di noi.

Perché a me non è la domanda giusta, lo è perché non a me?

E porci questa domanda sempre e non solo sull’ onda emotiva che le storie come quella di Sara suscitano in noi.

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