Pour l’Amour

L’amore non è qualcosa da sentire
L’amore non è qualcosa da dare o ricevere
L’amore è solo qualcosa che avviene
E “Per amore, Pour l’Amour” é una motivazione che certo non assolve mai nessuno, ma giustifica (quasi) sempre (quasi) tutti.
Ogni volta che crediamo di conoscere il futuro, anche solo per un secondo, questo cambia.
A volte, il futuro cambia rapidamente e totalmente.
E non ci resta altro da fare se non scegliere la nostra prossima mossa. Possiamo scegliere di avere paura, di restare fermi a tremare, senza muoverci e pensare alla cosa peggiore che potrebbe succedere. Oppure possiamo fare un passo in avanti, nell’ignoto, con il solo pensiero che quello che accadrà, sarà fantastico.
Ma riflettiamo prima di esprimere un desiderio, perché potrebbe avverarsi davvero e non essere il meglio per noi, anzi, dicono che Dio quando vuole punirci avvera i nostri desideri.
Prima cerchiamo di capire chi siamo noi, chi è la persona di cui ci siamo innamorate, quanto e in che modo ci riempie l’esistenza, se davvero è “quello di cui non posso fare a meno, perché non sei l’aria che respiro, ma quella che mi manca”…
E se, nonostante tutto, scopriremo di volerla vivere, quella vita vera insieme a lui, prendiamoci un po’ di tempo, magari qualche giorno di vacanza lontani.
Perché per dare inizio a un amore ci vuole parecchia energia , consapevolezza del salto nel buio che si sta per fare e determinazione.
L’importante è partire dal presupposto che siamo tutti, da qualche parte nel mondo, cuccioli abbandonati, al nostro destino, ai nostri alibi, alle nostre paure.
Altrimenti, una volta fuori da una cuccia che non fa più per noi, cercheremo sempre e solo nuovi padroni da cui dipendere, ma non saremo mai liberi di fermarci in un posto dove davvero ci piace stare, il nostro.
E dove sia finalmente possibile sentirci davvero bene ,come ci si sente in vacanza o come quando si ritorna a casa.
Buone vacanze a tutti quelli che credono ancora che la più bella cosa al mondo sia innamorarsi.
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Un Secolo di Libri e Caffè a Trieste

Un secolo fa, esattamente il 3 gennaio viene inaugurato il Caffè San Marco.
I locali sono quelli di oggi, in via Battisti 18 (detta allora Corsia Stadion, l’intitolazione a Cesare Battisti è del 1918), edificio di proprietà delle Generali costruito appena due anni prima, intestatario dell’avventura Marco Lovrinovich, originario di Fontane di Orsera, a due passi da Parenzo.
Il caffè diventa subito ritrovo di studenti e intellettuali, ma anche rifugio di giovani irredentisti, dove vengono persino prodotti passaporti falsi per permettere la fuga in Italia (non dimentichiamo che un secolo fa Trieste era territorio austriaco) di patrioti antiaustriaci. È per questi motivi che dopo poco più di un anno, per la precisione il 23 maggio 1915, soldati austroungarici entrano nel locale e lo devastano, decretandone “la chiusura permanente”.
La storia ha deciso diversamente.
Un secolo e mille storie dopo, il Caffè San Marco – fresco reduce dall’ennesimo cambio di gestione, nell’edificio sempre di proprietà delle Generali – è uno degli ultimi caffè letterari europei: accoglie ancora clienti abituali, gente di passaggio, turisti e curiosi nei locali che hanno mantenuto quasi intatte le caratteristiche e l’atmosfera di cent’anni fa.
Nel corso dei decenni hanno bevuto il caffè, letto i giornali e fatto “quatro ciacole” fra gli altri Italo Svevo e Umberto Saba, James Joyce e Giani Stuparich, Virgilio Giotti e Giorgio Voghera, da Fulvio Tomizza fino a Claudio Magris, che ancor oggi riceve al “suo” tavolo studenti e inviati dei giornali nazionali.
È lo stesso Magris a descrivere l’atmosfera che si respira nel locale: «Quando mi chiedono dove mi sento in Europa, me la cavo – fingendo di scherzare ma in realtà parlando sul serio – dicendo che, per esempio, mi sento in Europa quando sono al Caffè San Marco». Merito dell’atmosfera che resiste al tempo, dell’arredamento e delle decorazioni stile Secessione Viennese, ancora in voga negli anni della fondazione del caffè. Con le decorazioni sui soffitti e sulle pareti attribuite ad artisti come il pittore secessionista Vito Timmel, anch’egli frequentatore del caffè.
E proprio al San Marco noi di Poli@rchia abbiamo avuto l’onore di organizzare uno dei nostri primi eventi culturali, con la presentazione del libro di Claudio Martelli “Ricordati di Vivere” e il dibattito che è seguito tra lo stesso Martelli, il Senatore Alessandro Maran, Marco Cucchini, consulente politico e titolare di Poli@rchia e Daniele Ungaro, sociologo.
Ed è stata un’ emozione particolare per me, l’emozione che si prova quando si realizza un sogno, quello di poter fare qualcosa di bello nella città natale del mio papà, nella città che, pur non vivendoci, è la mia città, quella che ho scelto col cuore.

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Il Faro della Vittoria

Dal 26 aprile ha riaperto al pubblico, a Trieste, il Faro della Vittoria, con le sue 8500 tonnellate, i suoi quasi 68 metri di altezza e il suo fascio di luce tra i più potenti al mondo, visibile com’è fino a oltre 35 miglia di distanza.
Quello del faro è un cuore piccolo: a irradiare questa ciclopica luce, infatti, è una lampadina alta solo quattro centimetri, e sottile come un dito, che esprime, però, una potenza di mille watt.
Dal Faro della Vittoria, “il più perfetto e interessante d’Italia”, si domina la città.
Costruito nel 1927, con la dea Nike a slanciarsi sulla cupola, celebrava, in onore dei caduti sul mare, la vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale e il conseguente ritorno “delle terre irredente alla Madrepatria”.
Il Faro della Vittoria è un gioiello italiano, importante anche simbolicamente, in tempi di nazionalismi di ritorno non macerati in trincea e sui campi di battaglia, ma magari in qualche circolo di malcontenti sordi, o sugli effimeri social network.
A Trieste sei in Italia, e sei nella Mitteleuropa.
La luce dell’ingegnoso e altissimo Faro rischiara le tenebre all’orizzonte del mare aspro, dolce e sconfinato, che è anche un ritmo di vita, che è avere il mare dentro.
Il digradare dalla collina al porto, il fitto reticolo di portici e piazze e café d’antan, la modernità che non ha corrotto un’invincibile tradizione. Le donne con gli occhi chiari, classiche e moderne insieme; gli uomini raffinati e allampanati. La magnificenza delle palazzine liberty e lo splendore di Piazza Unità d’Italia, illuminata da un tramonto inimitabile altrove.
A Trieste, città certo saggia e disincantata, le ceneri della grande Storia ti lambiscono un po’ ovunque.
E poi c’è il Molo. Questa banchina sospesa sull’infinito.
I triestini ci passeggiano lentamente, discretamente, immersi nei propri pensieri acustici, prima che faccia sera. Una straordinaria, quotidiana, questione privata.
Pasciute meduse sonnecchiano a pelo d’acqua. Le emozioni sono tenere, soffuse, arrivano senza far rumore. Ogni parola sarebbe di troppo, esecrabile.
Un peschereccio sospinto dal vento accarezza il cielo sotto di noi.
Il Faro della Vittoria lo illumina e Il mare s’inchina.

Ndr: Pubblicato anche nella newsletter di Poli@rchia
http://poliarchia.wordpress.com/2014/05/05/il-faro-della-vittoria/

Foto di Annarita Semeia e Marino Sterle

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Molo IV

Ci sono situazioni in cui i giudizi di giusto e sbagliato semplicemente non hanno senso. Ci sono momenti in cui bisognerebbe fare un passo indietro e ascoltare, perché solo chi ci è passato può sapere com’è.
Io scrivo soprattutto per me, ma in fondo scrivo anche per gli altri, e scrivere può essere terapeutico: il dolore è come un serpente aggrovigliato, se ne scrivi assume un’altra forma.
Ho sempre considerato la scrittura come una forma di evasione, scavare nel profondo del nostro dolore e scriverne è, invece, invasione e scrivere del dolore ha cambiato la mia scrittura perché più devi raccontare l’indicibile tanto più devi farlo con pulizia, quasi con freddezza, e prenderne le distanze. Penso che la letteratura sia una partita a scacchi tra gli esseri umani e l’oblio.
E quello che deve fare davvero paura è il silenzio. Il silenzio sta chiuso nei cassetti e diventa un mostro che un giorno ti farà male. Del dolore bisogna prendersi cura, maneggiarlo, solo se lo dimentichi diventa un nemico. E raccontare del dolore porta con sè la necessità di metterci alla fine la parola speranza, perché la speranza è sempre e comunque uno sguardo rivolto avanti.
È uno sguardo rivolto al mare di Trieste seduta sul Molo IV con di fronte tutta la città che più sento mia, con il sole in faccia e alle spalle nuvole che annunciano un temporale.
Ed è quello che vorrei ora dalla mia vita, che si lasciasse alle spalle nuvole nere e tempesta e che mi si aprisse finalmente il mare, un mare anche agitato ma che mi spingesse a credere che c’è ancora la voglia di vivere e che, forse, quando ci sarà qualcosa per cui valga la pena sorridere, sorriderò ancora.
Mammina non sono riuscita a portarti a Trieste un’ultima volta, la città dove tu e papà vi siete innamorati e alla quale devo dire grazie se sono al mondo, ma oggi è come se tu fossi qui con me, è come se mi fossi accanto e insieme guardiamo ancora una volta nella stessa direzione, guardiamo il mare.

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Trieste, vento di fiaba

“Borea, vento gentile che soffiava in primavera sul Carso incontra un giorno il Re degli Alberi, Tanaris che aveva il suo trono in una vecchissima quercia.
S’innamorarono immediatamente e vissero un estate in piena felicità.
Al sopraggiungere dell’inverno, Borea deve lasciare il posto ai venti invernali freddi.
L’inverno che sopraggiunse fu talmente rigido che gli uomini furono costretti a tagliare molti alberi sia per rinforzare che per scaldare le loro case.
Ai piedi della vecchia quercia, affinchè il dio o comunque una divinità che vivesse nell’albero lo lasciasse, offrirono doni prima di tagliarlo.
Tanaris, il Re degli Alberi senza dimora dovette ascendere al cielo e restare definitivamente nel paradiso degli dei. La primavera successiva Borea non trovando la vecchia quercia capì di aver perduto il suo grande amore ed impazzì dal dolore giurando vendetta contro gli uomini.
Si trasformò per il dolore in una strega rifugiandosi in una grotta a piangere sull’amore perduto e usciva solo per distruggere con tutta la forza del suo dolore e rabbia le case degli uomini.
Si dice che ascoltando il vento soffiare si possa sentire ancora oggi le sue grida ed il suo lamento di dolore per l’amore perduto.”

Questa è una delle mie fiabe preferite, me la raccontava la mia nonna ( quando non mi leggeva Tolstoj o Dostoevskij per farmi addormentare…) perchè anche se non era nata a Trieste, la amava come tutti noi.
Trieste è sempre stata la nostra città e ora che non ci vado da un po’ mi manca.
Come non provare nostalgia per una città prigioniera del sogno, che guarda il mare ma vuole anche la montagna, dove la bora che viene da est porta il fascino della ribellione, che chi ha almeno un po’ di sangue triestino non può non amare.
Credo che più che il mare o la montagna sia proprio il vento di bora a portare in ognuno di noi inquietudine, quasi una specie di follia.
Il vento è qualcosa che sradica, che porta lontano, che rende tutto impermanente.
E chi ne subisce l’ influsso, come me, si sente anche fragile, in balia del vento e degli eventi, ma nello stesso tempo mai ferma, sempre in movimento, sempre alla ricerca spasmodica di qualcosa o/e qualcuno.
La medicina cinese considera il vento l’elemento più pericoloso per la salute, perché altera l’energia e infatti nei giorni che precedono l’arrivo della bora i livelli di inquietudine, di eccitazione o di depressione, di infelicità, raggiungono l’apice.
E poi quando, finalmente, la bora arriva si sente una specie di sollievo, di liberazione da una costrizione.
Forse per questo la mia vita è fatta tutta di alti e bassi, tra una carica di bora e l’altra, e questo scardina e mette in dubbio sempre ogni certezza, ogni decisione presa e da prendere.
E il mare di Trieste mi affascina ma anche mi intimorisce, come sembra succeda alla città stessa.
Trieste è rimasta prigioniera del sogno di essere una metropoli, ci sono grandi strade, grandi palazzi, ormai semivuoti, perché la città non ha mai raggiunto lo sviluppo sognato da chi aveva organizzato le strutture architettoniche.
A volte, specie quando avvolta nella nebbia che sale dal mare, sembra quasi una città fantasma, con case vuote, vie deserte, vie sul cui fondo si intravede un piccolo quadratino azzurro che alla fine è il mare.
Eppure si respira ancora l’idea di una grande realtà e cultura mitteleuropea, nata sotto la spinta dei fatti accaduti durante e dopo la seconda guerra mondiale.
Rimane un grande spirito di anarchia, di ribellione, una forte volontà di non volere rapporti con il potere, di essere critici, ma con un grande senso dell’umorismo, che ci fa vivere con distacco e prendere le cose un po’ così come vengono.
E c’è una specie di fuoco interiore che spinge sempre a muoversi, a pensare e a sentirsi incompiuti e alla ricerca di riempire i vuoti che chi non si accontenta, chi non vuole surrogati e non accetta regole, inevitabilmente ha. Si fa più fatica ad andare controvento, ad aspettare la bora, ma si vive per davvero.
Anche se prigionieri del sogno, come me.

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11 e 3/4

Twitterando mi sono imbattuta in un post sul National Trust che dovrebbe far riflettere chi, come me e presumo la maggior parte dei miei lettori, ha superato gli 11 anni e 3/4.  Il National Trust è una fondazione britannica nata nel 1895 con lo scopo di difendere i luoghi storici e gli spazi verdi del Regno Unito. Di recente ha commissionato una ricerca sulle abitudini dei bambini sotto i 12 anni da cui è emerso che la maggior parte passa quasi tutto il suo tempo davanti alla tv o a giocare con i videogiochi: meno di un bambino su dieci gioca regolarmente in luoghi aperti, a differenza di uno su due della generazione precedente, un terzo non si è mai arrampicato su un albero e non sa andare in bici e i bambini portati in ospedale per essere caduti dal letto sono tre volte si più rispetto a quelli caduti da un albero. Il National Trust ha quindi lanciato la campagna ” 50 cose da fare prima di avere 11 anni e 3/4 “, le attività sono state scelte da un elenco proposto da una commissione di esperti e costituito dai giochi che nella loro infanzia li avevano maggiormente divertiti, avvicinandoli alla natura. Vi propongo qui sotto il suddetto elenco, se volete divertitievi anche voi a contare ciò che avete fatto e ciò che vi manca e soprattutto vorrei che, anche se l’età dell’infanzia l’abbiamo superata da un pezzo, magari invece di vivere brontolando e sentendoci vecchi ci tornasse la voglia di rifarle o di recuperare ciò che non abbiamo mai fatto, senza sentirci ridicoli, ma soltanto un pò più leggeri.

1. Arrampicarsi su un albero ( fatto e lo rifarei)
2. Rotolare giù da una grande collina (fatto e lo rifarei)
3. Accamparsi all’aperto (fatto e non lo rifarei)
4. Costruire un rifugio (totalmente negata ma lo farei)
5. Far rimbalzare i sassi sull’acqua ( lo faccio ancora…)
6. Correre sotto la pioggia ( idem…)
7. Far volare un aquilone ( fatto e lo rifarei)
8. Pescare con il retino ( fatto)
9. Mangiare una mela appena colta dall’albero ( fatto e lo rifarei)
10. Giocare a conker, un gioco tradizionale inglese in cui un partecipante munito di una castagna attaccata a uno spago cerca di staccare dal filo o far cadere la castagna dell’avversario ( mi manca)
11. Lanciare palle di neve ( lo faccio ancora e mi rotolo pure nella neve…)
12. Partecipare a una caccia al tesoro sulla spiaggia ( fatto e lo rifarei)
13. Fare una torta di fango ( anche di sabbia vale?)
14. Costruire una diga su un ruscello ( fatto ma non da sola)
15. Andare sullo slittino ( tutta la vita)
 16. Seppellire qualcuno sotto la sabbia ( ora ne avrei molti di più da seppellire….)
17. Organizzare una gara di lumache ( di formiche vale?)
 18. Stare in equilibrio su un albero caduto ( fatto e lo rifarei)
19. Dondolarsi da una corda ( fatto e lo rifarei)
20. Giocare a scivolare nel fango ( fatto ma non lo rifarei)
21. Mangiare more raccolte dai rovi ( fatto e lo rifarei)
 22. Guardare dentro un albero ( lo faccio ancora)
23. Esplorare un’isola ( fatto e lo rifarei)
24. Correre a braccia aperte facendo l’aeroplano ( fatto e lo rifarei)
25. Fischiare usando un filo d’erba ( lo so ancora fare)
26. Andare in cerca di fossili e ossa ( mi manca e lo farei)
27. Guardare l’alba ( fatto e lo rifarei tutta la vita!)
28. Scalare un’enorme collina ( deve essere proprio enorme?!)
29. Visitare una cascata ( fatto e lo rifarei)
30. Dar da mangiare a un uccello dalla mano (continuo a provarci)
31. Andare a caccia di insetti ( NO!)
32. Cercare uova di rana ( o di tartaruga sulla spiaggia)
33. Catturare una farfalla con il retino ( inseguirle ma non catturarle)
34. Inseguire animali selvatici ( fatto e lo rifarei)
35. Scoprire cosa c’è in uno stagno ( fatto)
36. Richiamare un gufo imitando il suo verso ( lo faccio ancora…sic…)
37. Osservare le strane creature tra le rocce di un lago ( vorrei ma mi manca)
38. Allevare una farfalla ( idem)
39. Dare la caccia a un granchio ( NO!)
40. Fare una passeggiata nel bosco di notte ( fatto e lo rifarei)
41. Piantare qualcosa, coltivarla e mangiarla (ci provo ancora)
42. Nuotare in mare, in un fiume, insomma, non in piscina (tutta la vita!)
43. Fare rafting ( mi manca ma lo farei)
44. Accendere un fuoco senza fiammiferi ( totalmente negata anche se ho fama di pericolosa piromane)
45. Trovare la strada servendosi solo di mappa e bussola ( totalmente negata)
46. Arrampicarsi sui massi (idem)
47. Cucinare in campeggio ( mi manca ma se proprio devo lo farei)
48. Fare discesa in corda doppia ( totalmente negata)
49. Giocare a geocaching, una Caccia al tesoro con il GPS ( non so nemmeno cosa sia)
50. Andare in canoa su un fiume ( mi manca e altrochè se lo farei!)

Piquenique!

 

Il Picnic, o anche Piquenique dal termine originale francese, è una formula di successo da quando Maria Antonietta iniziò a far uscire dal palazzo per la “petit dèjeuner” i suoi commensali aristocratici. Ne sono entusiasti anche gli inglesi, amanti dei cavalli e della natura e ancor più della tradizione. Una delle foto più celebrative del Principe Carlo e della Principessa Diana li ritrae insieme ai figli sotto una quercia con un cesto di specialità british e proprio quest’anno, per il Giubileo, Elisabetta II ” The Queen” ha invitato 12mila ospiti nel parco di Buckingame Palace. Per impegni improrogabili purtroppo ho dovuto a malincuore declinare l’invito (….) ma se io e la mia Chef  preferita, Paola Vatel, fossimo state interpellate sugli spuntini sfiziosi da servire a cotanti ospiti queste avrebbero potuto essere alcune ricette per un menù all’aperto che non dovrebbe essere mai troppo ricco ed elaborato ma assolutamente mai banale. E se chi mi legge vuole cimentarsi nel Piquenique eccole a voi e… Bon Appètit!

Involtini multicolore

Ingredienti:

Piadine / Pomodori ciliegini / Salsa al curry/ Salsa rosa/ Yogurt greco/ Fesa di arrosto / Salmone marinato/ Erba cipollina / Sale e pepe

Farcite alcune piadine con la salsa rosa e il salmone, altre con lo yogurt greco salato e pepato e con i pomodorini, altre ancora con la salsa al curry, la fesa di arrosto e l’erba cipollina. Arrotolatele e avvolgetele per bene nella pellicola, lasciatele in frigo almeno per un’ora e poi servitele tagliandole a metà. 

Tramezzini verdi

Ingredienti:

Yogurt greco / Robiola / Erba cipollina/ Basilico / Menta/ Pane per tramezzini / Cetrioli

Mescolate bene lo yogurt e la robiola, le erbe pulite e tritate, sale, pepe e poco olio extravergine e spalmate il tutto sul pane. Lavate i cetrioli, riduceteli a fettine sottili e aggiungendo sale e pepe distribuiteli sulla fetta già spalmata, chiudete con l’altra fetta, premete e tagliate a bastoncini.

Torta fichi e cocco

Ingredienti:

Burro / Zucchero / Uova / Cocco essiccato / Farina / Lievito / Vanillina / Panna da montare / Fichi / Zucchero a velo

Montate il burro insieme allo zucchero e alle uova. Lavorando l’impasto aggiungete il cocco, la farina setacciata con il lievito e la vanillina, aggiungendo la panna poco a poco. Versate il tutto in una piccola teglia già imburrata e infarinata e posatevi i fichi tagliati a metà e con la buccia in basso, premendo leggermente per farli aderire. Far cuocere in forno a 140° per quasi un’ora e lasciare la teglia riposare a forno spento per altri 10 minuti. Lasciar raffreddare e cospargere con lo zucchero a velo.