Siate Sensibili

IMG_3671Lunatiche, incostanti, isteriche, frustrate: sono solo alcuni aggettivi che vengono utilizzati per descrivere i comportamenti delle donne che abitualmente saltano da uno stato emotivo all’altro. Una caratteristica considerata da molti negativa e da sopprimere, spesso proprio dalle donne, ma che una psichiatra newyorkese invita, al contrario, a considerare un punto di forza perché alla base di quella sensibilità che solo le donne hanno.Come racconta Julie Holland, la  psichiatra newyorkese che ha raccolto le sue teorie sui vantaggi dell’emotività femminile nel libro dal titolo, tradotto in italiano:”Stronze lunatiche: tutta la verità sui farmaci che prendete, sul sonno che state perdendo, sul sesso che non praticate e su ciò che vi fa davvero diventare pazze”.

Julie nel suo libro spiega che “Le donne credono che l’essere umorali sia un problema e una debolezza, mentre la nostra sensibilità e la nostra emotività sono un bene prezioso e non un disturbo che deve essere curato”. L’empatia e l’emotività, racconta la studiosa, sono delle caratteristiche innate delle donne che le rendono più adattabili all’ambiente che le circonda e più sensibili ai bisogni altrui, specie a quelli dei figli.

Il cervello di una donna è diverso da quello di un uomo. È stato evolutivamente configurato per avere una maggior propensione alla comunicazione e al riconoscimento degli stati emotivi altrui, anche per meglio prendersi cura della prole e tutto questo ha radici biologiche, non si basa su un’ideologia pro o anti-femminista”.

Nonostante le donne siano, per questioni ormonali e per le pressioni della società, impossibilitate a vivere appieno la propria emotività, questa non è una soluzione salutare: quello che si innesca è un circolo vizioso fatto di insoddisfazione e frustrazione, che conduce molte ad affidarsi ai farmaci quando basterebbe semplicemente tirar fuori tutto quello che si portano dentro.

“Ci hanno insegnato a chiedere scusa per le nostre lacrime, a sopprimere la nostra rabbia e a nascondere le nostre paure per non essere chiamate isteriche e per compiacere qualcun altro”, sottolinea Holland.

Cerchi di capire è troppo sensibile, ce lo dicevano come fosse un difetto, quasi fosse un sinonimo di “senza pelle”, vulnerabile, quindi debole.

Sì forse essere ipersensibili è un difetto, ma è un bel difetto.

Sensibile è considerato un pregio, è la differenza tra me e un muro di cemento.

“Sensibile”recita la Treccani è: “capace di sentire, atto a sentire”.

Sensibile è l’empatia necessaria per capire al volo chi hai davanti, interagirci nel modo migliore.

Nel mondo degli uomini degni sensibile è un complimento , sensibile è forte, sensibile è chi ha in mano il futuro.

Vi auguro di essere sensibili.

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Voi dove eravate?

6 Maggio 1976, dopocena, faceva caldo, troppo caldo per i primi di maggio, troppo caldo per studiare, troppo caldo per andare a letto presto. Cercavo di concentrarmi sul libro di geografia, l’indomani potevano interrogarmi, ma non mi importava. Ascoltavo il silenzio innaturale che arrivava dalla finestra aperta della mia cameretta, i cani non abbaiavano come al solito e io mi sentivo strana, inquieta. 

Abitavamo in Via Monte Nero, a Udine, i miei erano tutti davanti alla TV e sentire le loro voci al piano di sotto mi faceva sentire protetta, al sicuro.

D’improvviso, erano quasi le 21, un rumore strano, sordo e l’impressione che la mia stanza si muovesse e poi, pochi minuti, le 21.06, si sentì un boato terrificante la luce sparì, il pavimento cominciò a tremare, le pareti si muovevano dall’alto verso il basso, scappammo fuori in giardino, mia nonna non mollava la mia mano e io tenevo stretto il mio barboncino, talmente terrorizzato da non abbaiare.

Non avevo mai sentito neanche parlare del terremoto, però, non so come, sapevo cosa stava succedendo.

Fuori in strada, ritrovai tutti i miei vicini di casa, eravamo tutti lì, eravamo tutti vivi.

Nessuno dormí quella notte, c’erano solo le luci delle pile e delle candele, e nel buio cominciammo a sentire le sirene delle ambulanze, anche se nessuno sapeva quello che era realmente accaduto.

Mio padre era radioamatore e fu tra i primi a mettersi in contatto con gli altri e ad attivarsi per i primi soccorsi.

Non era quasi mai a casa in quei giorni, era nei luoghi più colpiti dal sisma ad aiutare e quando rientrava a casa, anche se non ne voleva parlare, capivo dal suo sguardo l’orrore che aveva visto.

Ma io ero ancora troppo immatura per rendermi conto del dramma che stavamo vivendo, per me era bello sapere che non dovevo tornare a scuola, che sarei stata promossa, che potevo stare all’aperto tutto il giorno, con il gruppo di amici della Piazzetta, con la mia cuginetta Paola, con la mia Grace, senza limiti di orario.

La verità è che mi sono anche divertita, dormire in tenda e poi nella roulotte, mangiare in cortile, stare alzati fino a tardi.

Ma poi è arrivata anche la paura, irrazionale e incontrollabile, specie quando “l’ Orcolat” tornò a settembre, più forte e cattivo che mai.

Paura di sentire ancora quel boato, quel rumore inconfondibile che precede e accompagna la scossa, proprio come l’urlo dell’orco delle favole.

Lo sento ancora, resta impresso nella mente e, anche se non mi concentro, ricordo minuto per minuto quella notte di 40 anni fa, come fosse successo ieri.

Non si può e non si deve dimenticare e per questo domani sera accenderò, alle 21.06, le candele sulla mia terrazza, per coloro che non ci sono più, per i tanti, anche miei coetanei, che dopo quel 6 Maggio non possono più ricordare, non possono più avere paura.

E voi? Voi dove eravate?

Sono sicura che lo ricorderete per sempre.

#AvecVousParis 

imageDel buio, del distacco, dell’abbandono, della competizione, degli sconosciuti, dei giudizi, dei bulli, del dentista, delle diversità, degli esami, dei voti, della disoccupazione, della precarietà, dello sfratto, della povertà, della fame, della solitudine, delle malattie, degli spazi aperti, di quelli chiusi, del silenzio, dell’altezza, delle persone che amiamo ma che non ci amano più, di quelle che ci amano anche se non le abbiamo amate mai, di restare anche se non vogliamo, di andarcene quando non vogliamo sapendo che non c’è altra scelta, delle opinioni di chi nemmeno sa qual è il nostro nome, degli specchi, del non aver più nessuno a cui raccontare le nostre paturnie, dei compleanni quando non abbiamo niente su cui soffiare, del mutuo, degli addebiti preautorizzati quando il saldo di conto corrente è fermo sullo zero da un pezzo, del sonno, della veglia, del giorno che arriva e di quello che non vuol finire, delle strade che non abbiamo mai percorso, dell’acqua profonda, del telefono che suona quando non vorresti, dei messaggi senza risposta, delle risposte a domande che non abbiamo mai fatto, di amare troppo, troppo poco o mai più, di mettere al mondo una creatura a cui lasciare un mondo così brutto, di non poter avere una creatura anche volendola con tutte le forze, del tempo che è poco quando dobbiamo salutare qualcuno con cui abbiamo sorriso e fatto l’amore e troppo se aspettiamo una risposta che potrebbe cambiarci la vita, della vita stessa, la nostra e quella dei pochi che ci stanno davvero a cuore, del mal di testa, del male di vivere, della felicità quando non ce l’aspettavamo più e ci sembra che possa svanire da un momento all’altro, della tristezza che è sempre dietro l’angolo che ci aspetta, di abbandonarci alla malinconia, di non ascoltare e di non essere ascoltati. E potrei continuare all’infinito…

Abbiamo abbastanza paure da portarci appresso, sin da quando per la prima volta ci affacciamo al mondo con un urlo, per poter permettere a qualcuno che nemmeno conosciamo di ricattarci usandone una nuova, impedendoci di uscire, di divertirci, di muoverci, di respirare, di sorridere.

Dobbiamo avere paura ma non ci deve mancare il coraggio di vivere come vogliamo.

” La vita ha quattro sensi: Amare, Soffrire, Lottare, Vincere. Chi ama soffre. Chi soffre lotta. Chi lotta vince. Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre. ( Oriana Fallaci)

Handle with Care 

In ogni istante, anche ora, intorno a noi finiscono amori, si sgretolano patrimoni economici, vengono cancellate esistenze e contemporaneamente si accendono altre passioni, crescono nuove fortune , sbocciano splendide vite.

E si va avanti.

Conta soltanto quel che ancora può essere e sarà .

E per questo che ho deciso di sospendere questo blog, non esistono più i presupposti per mantenerlo in vita e io sono contraria all’accanimento terapeutico.

Era nato con l’aspirazione di trarne anche un libro, di scriverlo a quattro mani io e la Grace e finché è stato possibile l’abbiamo fatto.

Tra i desideri che avevo elencato nel primo post del 2015 il 7 non si potrà mai avverare e il blog fa parte di quella mia vita di prima che ora non esiste più, come non ci sono più le due ragazzine che nella foto sorridono ignare di tutto ciò che avrebbero dovuto affrontare dopo, anche se fino all’ultimo l’abbiamo fatto sempre insieme, come non c’è più lei, oggi che è il giorno del suo compleanno. 

C’erano le cose che facevo prima e ci sono quelle che ho fatto, che faccio e che farò. 

Sarà un altro modo di stare al mondo e non credo sarà migliore.

Le piccole cose quotidiane sono forse in grado di lenire il dolore, ma chi, seppur a ragion veduta, ce lo consiglia, quasi sempre non ha la minima idea di che effetto faccia una voragine che ti si apre sotto i piedi, ingoiando tutto in un istante. Sembra così facile per alcuni sproloquiare di attività extracurricolari e di vie d’uscita.

Svegliarsi davvero sole, non essere mai cadute prima, non essersi sbucciate le ginocchia e rendersi conto tardi di non sapere come fare almeno a non slogarsi la caviglia…sentirsi fragile come un pacco bomba pronto ad esplodere, perché prima abbiamo vissuto sempre al riparo dalle intemperie, perché con noi c’era chi ci amava e ci maneggiava con cura: “Handle with Care” mi chiamava Grace, scherzando.

Una delle ultime frasi che mi ha scritto e che qui riporto era: “quando non si vuole accettare una realtà scomoda la si cancella e si cerca a tutti i costi un colpevole. E per la difficoltà di accettare il dolore chiudi gli occhi, vorresti far finta di niente perché non guardare è più comodo. Ma c’è uno stadio superato il quale diventa impossibile non vedere. È allora che i dubbi scemano, é come imparare a leggere: prima devi mettere una lettera insieme all’altra, ma poi quando hai imparato, non puoi più non leggere.”

Ma, aggiungo io, non puoi neanche più scrivere, finché non ci sarà ancora qualcosa o qualcuno che ti incuriosirà e ti farà sorridere di nuovo. Se ci sarà.

Un grazie sincero a chi ha letto, commentato e incoraggiato questo blog. 

Your Sincerely 

#20ThingsIWantFor2015

1)Abbracciare e farmi abbracciare
2)Andare a Parigi
3)Credere di più in me stessa e meno negli altri
4)Dimenticare ciò che nel 2014 mi ha fatto soffrire
5)Essere più selettiva
6)Leggere almeno un libro al mese
7)Le lunghe telefonate a spettegolare con Grace
8)Meno problemi e meno persone inutili
9)Qualcosa che mi faccia ridere ma ridere davvero
10)Qualcosa o qualcuno che ancora mi sorprenda
11)Saper essere forte qualsiasi cosa accada
12)Sentirmi di nuovo come so che ci si può sentire: leggera
13)Sognare
14)Tanto cinema e teatro e concerti
15)Tempo per raggiungere i miei obiettivi
16)Trovare le parole giuste
17)Tutto ciò che non potrò mai avere però chissà magari…
18)Un’estate bella
19)Un pizzico di fortuna
20)Vivere meglio o almeno provarci

Il cuore coltiva ragioni che la ragione non conosce.
E ogni relazione umana, anche la più asimmetrica, può rivelare parti di noi che ignoravamo di possedere.
È inutile chiuderci nel castello delle nostre pericolose incertezze per sfuggire alle infinite variabili che ci aspettano, perché tanto la vita trova sempre il modo di venirci a stanare.
Buon 2015

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Caos nel mondo delle Fiabe

C’era una volta un grande libro di fiabe dimenticato aperto da qualche lettore distratto.
Era un bellissimo libro con la copertina dorata e conteneva più di cento racconti che tutti i bambini avevano letto e ascoltato dalle voci di nonni e genitori e più di cento illustrazioni che quei bambini avevano fatto sognare.
A causa di quella distrazione nel grande libro si creò il caos: i personaggi delle favole smarrirono il posto ad essi assegnato ed iniziarono a vagare da pagina a pagina, tra lo stupore generale.
Fu così che il burattino Pinocchio, diretto verso il paese dei balocchi, finì invece nella casetta della nonna di Cappucetto Rosso. Si cibò delle leccornie che trovò nel cestino della merenda e si addormentò nel lettone al posto della nonna, scappata, preda di un’insana passione senile, insieme al cacciatore.
Immaginate il Lupo Cattivo nel vedere Pinocchio anziché la nonna in carne ed ossa! Se ne andò a gambe levate, rabbrividendo al pensiero di dover mangiare un pezzo di legno; e quando mai l’avrebbe digerito?!
Decise quindi di mettersi alla ricerca dei Tre Porcellini, ignaro però del fatto che i fratellini, andati a far legna nel bosco, erano entrati per errore nella casetta di Biancaneve e i Sette Nani. La Strega Cattiva, giunta con la mela avvelenata, ebbe un malore nel vedere che i nanetti erano diventanti dieci!
Nel frattempo arrivò anche il maggiordomo del Principe Azzurro, mandato alla ricerca della fanciulla che al ballo aveva smarrito la scarpetta di cristallo. Vide la strega a terra, provò a calzarle la scarpina e, magia delle magie, la vecchia arpia si trasformò in una bambina dai bei riccioli d’oro, la dolce Alice del paese delle meraviglie.
Il caos ormai dilagava tantochè il Gatto con gli stivali si ritrovò imbarcato sulla nave di Capitan Uncino, con l’insopportabile Campanellino che continuava a tirargli i baffi e a fargli mille dispetti.
E come se non bastasse la nave andò a cozzare contro la balena la quale non ospitava nella pancia il povero Geppetto bensì Hansel e Gretel. I due fratellini, infatti, in volo sul tappeto magico alla ricerca della casina di cioccolato e marzapane, si imbatterono in una tromba d’aria che li fece precipitare in mare e inghiottire dalla grande balena.
Tutti questi personaggi non sapevano proprio più che fare, l’unico loro desiderio era quello di tornare nelle loro rispettive fiabe.
Decisero allora di chiedere aiuto al Genio della lampada ma purtroppo era nella foresta alle prese con la Spada nella roccia.
La situazione pareva proprio senza via d’uscita.
Tutte le fate e tutti i maghi del mondo delle fiabe si riunirono attorno alla tavola rotonda e decisero che l’unica soluzione era assolutamente richiudere in qualsiasi modo il grande libro per porre fine al grande caos che si era creato.
Arrampicandosi a fatica tra le pagine, scorsero dalla libreria della biblioteca una donna tutta persa nei suoi pensieri e intenta a scrivere un racconto. Con tutto il fiato che avevano in gola, insieme la chiamarono: “Aiutaci! Richiudi il libro, per favore, rimetti ordine nelle nostre fiabe!”
Non vi dico il mio stupore! Non credevo ai miei occhi: sbalordita ed incuriosita mi avvicinai a quelle minuscole creature sbucate dal grande libro e, ascoltate le loro richieste, lo richiusi in tutta fretta rimanendo in silenzio ad ascoltare: tutto taceva.
Tornai a sfogliarlo e vidi che tutti erano tornati al loro posto, tutte le pagine ben ordinate, pronte ad essere lette e rilette.
Lo sistemai nella libreria e, sorridendo incredula convinta che si fosse trattato solo di un sogno, tornai a scrivere e senza quasi accorgermene iniziai così: “C’era una volta un grande libro di favole dimenticato aperto da qualche lettore distratto…”
Dedicata al piccolo Christian e ai grandi che, come me, non hanno mai voluto davvero diventare adulti.

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Non chiediamo scusa

Dichiarazione di Gianni Tonelli, segretario del Sap, sindacato di polizia: “Bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”
I servitori dello Stato dovrebbero in primo luogo essere servitori dei Cittadini e non essere investiti del diritto di inveire ferocemente contro le vittime martoriate ed umiliate dallo stesso Stato che, non individuando alcun colpevole, sentenzia la colpevolezza morale di ben tre istituzioni: Carabinieri, Agenti penitenziari e il Personale della pubblica sanità.
Nessun colpevole tutti colpevoli. Il corpo martirizzato e tormentato di Stefano restituito alla famiglia dalle mani di uno Stato colpevole è la prova che condanna inesorabilmente e senza via di scampo le istituzioni.
I cosiddetti servitori dello Stato sono l’ulteriore vergogna di un Paese che non merita neppure che le istituzioni richiamino all’onore del silenzio coloro che invece di garantire tutela e sicurezza preferiscono coltivare autoreferenzialità.
Così facendo servite solo voi stessi e non lo Stato.
Lo Stato era Stefano che doveva essere ascoltato e aiutato, lo Stato è sua madre, suo padre, sua sorella e tutti i Cittadini che pretendono chiarezza e giustizia da un Paese che, a torto, si definisce civile.
“Perché Stefano è a casa che ci aspetta. Fino a quando non ci sarà giustizia, Stefano continuerà ad aspettare” dice sua madre Rita.
Siamo in tanti, al fianco della famiglia Cucchi, a continuare ad aspettare.
Siamo in tanti che non si riconoscono in questo Stato, che non ci sentiamo rappresentati, che siamo un po’ più fragili e molto più soli nel non capire un mondo che non è il nostro, un mondo che lascia indietro i deboli, i ragazzi alla ricerca disperata di un lavoro qualsiasi, gli anziani, i malati, i buoni e gli ingenui.
Uno Stato a cui non dobbiamo chiedere scusa, come scrivevo nel post del 6 Giugno 2013 e che continuerò a pubblicare finché Stefano continuerà ad aspettare giustizia.

https://alexsandraclaudia.wordpress.com/2013/06/06/chiediamo-scusa/

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