Lacrimazione Pubblica

Ripubblico questo mio post sulla “Lacrimazione Pubblica” che è tornato attuale dopo lo sfogo pubblico della nostra Presidente di Regione Debora Serracchiani. Sono ancor più convinta che c’è chi può permettersi di piangere in pubblico e chi no e che se si riveste un ruolo così importante le responsabilità che ci si deve assumere sono ancora più  grandi, perchè non solo si rappresenta un’intera regione, ma anche una categoria di donne impegnate in cariche pubbliche. Io non credo alla solidarietà femminile sempre e comunque e questa volta Debora Serracchiani non ha la mia, per quel che le può importare dell’ opinione di una cittadina della regione che lei  ” dovrebbe” rappresentare. E non avrebbe nemmeno quella della mia Grace, di cui pubblico l’ottimo commento.

“Sheryl Sandberg ( 43 anni) è la direttrice operativa di Facebook, la donna più potente di quel regno che è la Silicon Valley . Sicuramente saprà il fatto suo, ma leggo una sua intervista dove dice che le piace molto esternare i suoi sentimenti e non le crea nessun imbarazzo mettersi a piangere, anche in ufficio.  A me la sola idea di mettermi a lacrimare sulla scrivania, non per una perdita o per una sciagura ma solo perchè si è un pò nervosetti o tristi crea imbarazzo solo a pensarci, al contrario della nostra cara Sheryl che invece ne va pazza. E ha motivato questa sua lacrimosa  predisposizione davanti alla platea di studenti della Harvard Business School dicendo: ” Sì frigno spesso in azienda, non mi nascondo. Sorry, ma non ho un Io professionale dal lunedì al venerdì e un Io privato nel tempo che resta.” Beh, a me capita di lavorare anche a casa, ma certo non mi sognerei mai di presentarmi in ufficio, salutando a destra e a manca, con gli occhi rossi, il pigiamino di felpa con gli orsetti e il mio Duke sulla pancia che mi coccolo mentre lavoro. Non c’è differenza tra il mio Io privato e il mio Io professionale!? Il mio Io privato si concede un pisolo appena gli sembra di avere lavorato a sufficienza, di pomeriggio si guarda le repliche di ” Grey’s Anatomy” o di ” Sex & The City”, spettegola al telefono con le amiche, ascolta musica e a volte si imbambola fissando letteralmente il vuoto anche per più di mezz’ora. Ma quando lavoro lavoro sul serio c’è solo il mio Io professionale presente. Quindi, lavorare a casa lo considero un  privilegio e per me è un gran bene, ma  mi è chiara la differenza con il lavorare in un luogo pubblico, e  la storia della Sandberg che piange nel suo mega-ufficio, sorry, ma non mi va giù.  Adoro piangere e piango anche parecchio, ma è un’ emozione privata che non amo condividere in pubblico. E credo che se la Sandberg piagnucola in azienda è perchè se lo può permettere, in fondo la direttrice operativa è lei, chi mai oserebbe dirle che non è il caso? La realtà di noi povere comune mortali è che se ci mettiamo a piangere sul lavoro la maggioranza penserà che siamo pronte per la neuro o che, nel migliore dei casi, soffriamo di sindrome premestruale. E, a mio modesto parere, è anche da incontinenti della lacrima, da esibizioniste e creiamo non poco imbarazzo agli estranei presenti al nostro psico-dramma. Ed è tipicamente femminile usare la lacrima per ottenere una reazione emotiva che faccia schierare gli altri dalla tua parte, ma se questo già è scorretto nel privato, figuriamoci sul lavoro. E non fa altro che peggiorare l’idea che già molti uomini, maschilisti sì ma non a tutti i torti, hanno delle donne. Infatti la linguista Judith Baxter ha da poco pubblicato una ricerca: se durante una riunione di lavoro è una donna a fare una battuta seguirà il silenzio tombale, se la fa un uomo giù grandi risate. Perchè una donna che fa la spiritosa appare forzata e fuori posto, non ridere alle sue battute è un modo come un altro per minarne l’autorità. Trovo sia una grande ingiustizia, ma se ci mettiamo anche a frignare  non facciamo che avvalorare questa tesi. Possiamo essere ironiche e molto più spiritose di tanti uomini, non diamogliela vinta facendoci venire i lucciconi appena ci alzano la voce, siamo meglio di così. E riserviamoci le lacrime accoccolate sul divano rivedendo per l’ennesima volta ” Come eravamo”. Parola di un egocentrica ed ipersensibe Figlia Unica.”  

“Non so dove hai letto questo articolo sulle lacrime della Sandberg, in rete ne ho trovato un altro del maggio di quest’anno che presenta la signora in maniera un pochettino diversa, anche se tutto sommato ha mantenuto un ruolo subordinato al boss….. nell’articolo che ho trovato io si parla del fatto che c’è ancora molto maschilismo nel mondo del lavoro etc. etc. che noi donne non si deve aver paura di essere carrieriste nonostante figli e quant’altro, facile a dirsi da chi ha avuto la possibilità di permettersi baby sitter e aiuti a pagamento in famiglia, pare abbia un marito danaroso, è facile parlare partendo già da una posizione privilegiata, considerato che spesso il costo di un asilo nido per chi ha bimbi piccoli porta via una bella percentuale dello stipendio. Sono un poco uscita fuori tema ma……. certi discorsi mi disturbano,un poco come sei stata tu infastidita mi pare da questa esibizione di lacrime in tasca della signora, cosa che disturba anche me, sarà forse per il tipo di educazione avuto ma mi è stato insegnato che non si piange in pubblico e che soprattutto in ambito lavorativo non si esternano i sentimenti. Sarà poi che su Facebook la politica dei sentimenti condivisi va alla grande, tutti lì a raccontare cosa stanno facendo, a condividere cose più o meno intime e private, alle volte è anche divertente leggere cosa stanno facendo gli altri ma spesso mi domando se sono consapevoli che espongono la loro vita privata alla lettura di sconosciuti perchè alla fine anche se pensano di condividere queste cose solo con i loro “amici” non è proprio così perchè per quanto uno blindi la sua privacy spesso succede che la cosa scritta da uno venga condivisa da uno degli amici che a sua volta ha un amico che la condivide e via avanti …….. conosco un paio di episodi di tradimenti scoperti tramite facebook e c’è una separazione di cui sono a conoscenza che è stata condivisa da tutti gli amici perchè i diretti interessati discutevano di cose intime sui reciproci profili, commenti di cose di lavoro, come non sopporto quelli che scrivono “cari amici… adesso esco ma tra poco torno.” o frasi simili sono ridicoli che bisogno c’è, tra un poco qualcuno si troverà a scrivere quante volte è andato i bagno o cose simili. Altre persone che non sopporto sono quelli che si definiscono “animalisti” e continuano a mettere immagini sui loro profili di animali massacrati quando a mio avviso l’immagine è solo un di più, un atteggiamento morboso, amare e rispettare gli animali non è questo non è condividere una foto, anzi penso che le persone che li maltrattano si divertano a vedere queste foto pubblicate ed alcune è evidente che sono state create appositamente. Riguardo alla donna spiritosa che non viene apprezzata non mi addentro perchè prima farò un indagine nel mondo maschile che mi circonda e vedrò di capirne le ragioni, ho una mia opinione in merito. Ma soprattutto non si frigna in pubblico! By Donna Letizia

 

Le Gioie del TLMK

Facendo pulizia alla mia casella di posta elettronica ( altroché pulizie di inizio autunno, ero rimasta al 2008…) ho ritrovato le mail che ci inviavamo tra colleghe quando lavoravo in un call center di un’importante azienda della regione e, tra le tante, una raccoglieva le frasi più strane e divertenti che si possono sentire facendo un lavoro così difficile e così poco considerato ( anche a livello remunerativo..) che è quello del telemarketing.

Questa è una breve raccolta di frasi che descrivono ottimamente il variegato e bizzarro mondo delle aziende italiane, la fantasia e la creatività nel raccontare balle che nel nostro amato/odiato paese non fa certo difetto, ed evidenziano le difficoltà di chi è costretta a fare questo lavoro, di sicuro non perché lo ha scelto.

E questo post è dedicato a tutte le mie colleghe, anche di altri call center,  tra le quali ho trovato anche delle meravigliose amiche, in particolare a:  Francesca, Anna, Clara, Barbara. E alla mia Grace e a Paola,  la mia “adorata cuginetta”, con le quali, tra le tante esperienze di vita passate insieme, ci è toccata anche questa…

 

CASI DELLA VITA – Nota: il Sig. Paolo non sentiva molto bene perché era dentro un tunnel

MISTERO – O: trovo la signora X? R: è in ufficio ma è impegnata, sta facendo una cosa…

INFLUENZA SUINA – O: mi passa il sig. X, per cortesia? R: sta dentro nel letto, perché è in malattia!

SINCERITA’  – R: non siamo interessati! O: posso sapere per quale motivo? R: perché…non lo so!

THANKS GOD IS FRIDAY – R: richiami perché il venerdì è una giornata “calda”!

THE DAY AFTER  – Chiamata in provincia di Varese. O: Buongiorno, cercavo il titolare o un responsabile amministrativo R: (un signore dalla voce roca apparentemente molto anziano) “In mort tutt!” (sono tutti morti)

NOSTALGIA – O: Buongiorno, ricorda? Ci siamo sentiti in primavera R: Bei tempi!!!!

RIUNIONI INTERMINABILI…- O: Buongiorno, posso parlare con il Sig. X o il Sig. Y? R: Sono in riunione, richiami la settimana prossima.

DI PASSAGGIO – O: Buongiorno, cercavo il responsabile amministrativo R: Ah, guardi non lo so, io sono quello che viene qui a pulire!

PRIVACY  – O: Buongiorno, mi diceva il titolare che avete cambiato indirizzo, puo’ gentilmente darmi il nuovo? R: Guardi…io sono un addetto…puo’ chiamarmi domani quando ci ho pensato?

NEL REGNO ANIMALE  “Pronto sono Poiana c’è il Dott. Marmotta?”

CLIENTELA PARTICOLARE – R: non utilizziamo questo tipo di servizi, sa… noi operiamo con clientela particolare, i nostri clienti sono solo allevatori di vacche da latte”

DOVE SARA’? – R: “E’ impegnato in una seduta”

CHI L’HA VISTO? – O: “Buongiorno, trovo il Sig. X?” R: “Senta sono giorni che non lo sentiamo, non so dove sia…credo che chiamerò ” Chi l’ha visto…”

I CLIENTI MIGLIORI – Azienda produttrice di cofani funebri –  R.: “Operiamo in un settore particolare: i nostri clienti sono tutti conosciuti e consolidati, non abbiamo mai avuto problemi di recupero”

FRESCHE DI GIORNATA – O: “Le nostre informazioni sono attualmente ancora più fresche e profonde!”

DOPPIOSENSO – L’operatrice al suo agente di zona nel periodo prenatalizio per concordare i giorni di pausa: “Ma, lei, è ancora attivo?” L’agente, dopo un attimo di silenzio: “Beh…magari non proprio come quando avevo vent’anni ma me la cavo!”

L’ULTIMO VIAGGIO – O: “Sto cercando il dott X” R: “E’ morto, l’hanno portato via una settimana fa”

DOMANDE SCABROSE – O: “Il nostro numero di telefono è …..(numero di sole 4 cifre dopo il prefisso)  R: “Ma perchè l’avete così corto??”

FILASTROCCA – Nota: “Azienda in cui si producono guarnizioni industriali; rondelle, rosette e ranelle”

TRA AVVOCATI – “Questa pratica è sorta sotto una cattiva stella sin dall’inizio. soprattutto per la difficoltà di parlare con la collega di controparte, che non stava bene (e infatti le hanno fatto il funerale stamattina)”

RUOLO – Nota: “La centralinista filtra sempre”

BOIA CHI MOLLA – “Buona sera, trovo il Sig. ….?” R:”No, putroppo non posso passarglielo .. è impegnato a fare una decorazione su di un dolce .. mi capisca, in questo momento non posso proprio.. E’ COME TOGLIERE IL CANE DAL SUO OSSO”

CONFUSIONE – risponde un uomo anziano: “Guardi io non vado neanche più a donne, queste cose non mi interessano”

FUORI DI TESTA – R: “La dottoressa è più fuori che dentro…”

A SCELTA…O: “Buongiorno trovo il dott. X?” R: “No, oggi non c’è tutto il giorno” O: “Veramente ho chiamato 10 minuti fa e mi hanno detto che era impegnato al telefono!” R: “Ah, allora è appena uscito”

RIUNIONE FIUME – R: “Il dottore è in riunione fino a domani mattina”

OVVIO – R: “No, guardi, oggi arriva tardi il responsabile” O: “Tra quanto posso richiamare?” R: “Tra 5 minuti”

SI COMPRI UN OROLOGIO! – R: “Deve chiamare dopo le 10,00” O: “Guardi che sono quasi le 11!” R: “Di già?”

BUIO PESTO – O: “Mi sa dire quando trovo il Sig. X?” R: “Non lo so, signora, vada a tentoni!”

SCOTTATO! – NOTA: parlato con il sig XXXX  il quale è molto scottato da esperienze passate anche solo a livello di visita perchè gli hanno chiesto la parcella sul preventivo ed il pranzo pagato.

GRANDE IMMAGINAZIONE –  R: “No, guardi non ci interessa!” O: “Lei sa a cosa mi riferisco?” R: “No, ma posso immaginare…”

TRASLOCO –  R: “Il sig. XX  non è alla sua scrivania… perchè gliel’hanno portata via, stanno traslocando l’ufficio!”

LUNEDI’ MATTINA – R: “No non è ancora arrivato, si vede che ha fatto tardi durante la notte…”

PER ESSERE PRECISI – “La signora arriva più tardi, è andata a togliersi dei punti in bocca”

VITA SPERICOLATA – R: “Mi spiace, non lo trova…sa ha una vita molto disordinata!”

SARABANDA – Due colleghe: “Io sono in attesa del sig. Melodia e come sottofondo di attesa ho il bolero di Ravel”  “E io devo parlare con il dott. Volume, insieme facciamo Sarabanda!”

IL CAPO BUONGUSTAIO  – R: “Ho inoltrato al titolare la Vostra documentazione e gliel’ho anche stampata e messa sulla scrivania, più di questo….potrei fargli un panino con i documenti così forse da un’occhiata?”

AZIENDA FAMILIARE… Nota dell’operatrice: “Piccola realtà, ho chiesto della Sig.ra Lidia e mi hanno detto che stava dormendo…”

UMILTA’ – O: “Posso sapere con chi ho parlato?”  R: “No, io sono un collaboratore senza alcuna importanza”

A PRESCINDERE – O: “La posso richiamare?” R: “Lei mi puo’ sempre richiamare perché parlare con una donna fa piacere, a prescindere”

CUORE DI MAMMA – R: “Sono la madre, ma vuole che se mio figlio fosse interessato io non lo saprei?”

RAPINATORE? O: “Trovo il Sig. X?” R: “No, sa, lui entra ed esce dalle banche”

CHIAREZZA – O: “Quando posso chiamare domani?” R: “O di mattina o di pomeriggio!”

NEOLOGISMO – R: “La dottoressa in questo momento è riunita”

UBIQUITA’ –  Alle 17,40 R: “Siamo già usciti, finiamo alle 17,30”

TUTTO E’ RELATIVO – A Varese “Mi richiami nel tardo pomeriggio, verso le 16,30” – A Roma “Mi richiami domattina presto, verso le 11” – A Bari “Mi richiami dopo pranzo, verso le 18”

SPEGNETE IL CELLULARE!  R: “Mi scusi, devo chiudere, sono a un funerale!”

TARGET CLIENTELA – O: “Voi che tipo di clientela avete? R: “Signora che vuole sapere…..siamo in una valle di lacrime….vendiamo dove ci capita!”

SEMINIAMO O PRENDIAMO I VOTI?? R: “Guardi, meglio che non usciamo dal seminario!!”

LA PAZIENZA –  O: “Cercavo il dott X” R:  “È assente” O: “Chiedo scusa ma è da un po’ di giorni che lo sto cercando non c’ è mai? R: “Signora….un po’ di pazienza ieri è morta sua sorella”

LINEA DISTURBATA – R. “Mi richiami che sento tutto rarefatto”

RICERCA  – R: “Aspetti che mi giro intorno e vedo se lo trovo!”

QUI SI LAVORA! O: “Preferisce che fissiamo l’incontro in tarda mattinata, alla fine dei suoi impegni?” R: “Che fine e fine, qui si comincia alle 7 di mattina e fino alle 6 di sera non ci si ferma!”

COME UN’ANGUILLA –  O: “Mi passa il sig. X?” R: “Mi spiace ma mi è scappato tra le mani!”

CLIENTE SCONOSCIUTO  – O: “Voi lavorate conto terzi?” R: “No! Ma chi sono questi Terzi??”

POMERIGGI FUNESTI – Preferisce la mattina perchè ci sono anche tutti gli altri titolari, al pomeriggio sono sempre fuori perchè impegnati ai funerali. (Agenzia di pompe funebri…)

volumi049_rit_deretin

 

 

#AvecVousParis 

imageDel buio, del distacco, dell’abbandono, della competizione, degli sconosciuti, dei giudizi, dei bulli, del dentista, delle diversità, degli esami, dei voti, della disoccupazione, della precarietà, dello sfratto, della povertà, della fame, della solitudine, delle malattie, degli spazi aperti, di quelli chiusi, del silenzio, dell’altezza, delle persone che amiamo ma che non ci amano più, di quelle che ci amano anche se non le abbiamo amate mai, di restare anche se non vogliamo, di andarcene quando non vogliamo sapendo che non c’è altra scelta, delle opinioni di chi nemmeno sa qual è il nostro nome, degli specchi, del non aver più nessuno a cui raccontare le nostre paturnie, dei compleanni quando non abbiamo niente su cui soffiare, del mutuo, degli addebiti preautorizzati quando il saldo di conto corrente è fermo sullo zero da un pezzo, del sonno, della veglia, del giorno che arriva e di quello che non vuol finire, delle strade che non abbiamo mai percorso, dell’acqua profonda, del telefono che suona quando non vorresti, dei messaggi senza risposta, delle risposte a domande che non abbiamo mai fatto, di amare troppo, troppo poco o mai più, di mettere al mondo una creatura a cui lasciare un mondo così brutto, di non poter avere una creatura anche volendola con tutte le forze, del tempo che è poco quando dobbiamo salutare qualcuno con cui abbiamo sorriso e fatto l’amore e troppo se aspettiamo una risposta che potrebbe cambiarci la vita, della vita stessa, la nostra e quella dei pochi che ci stanno davvero a cuore, del mal di testa, del male di vivere, della felicità quando non ce l’aspettavamo più e ci sembra che possa svanire da un momento all’altro, della tristezza che è sempre dietro l’angolo che ci aspetta, di abbandonarci alla malinconia, di non ascoltare e di non essere ascoltati. E potrei continuare all’infinito…

Abbiamo abbastanza paure da portarci appresso, sin da quando per la prima volta ci affacciamo al mondo con un urlo, per poter permettere a qualcuno che nemmeno conosciamo di ricattarci usandone una nuova, impedendoci di uscire, di divertirci, di muoverci, di respirare, di sorridere.

Dobbiamo avere paura ma non ci deve mancare il coraggio di vivere come vogliamo.

” La vita ha quattro sensi: Amare, Soffrire, Lottare, Vincere. Chi ama soffre. Chi soffre lotta. Chi lotta vince. Ama molto, soffri poco, lotta tanto, vinci sempre. ( Oriana Fallaci)

Handle with Care 

In ogni istante, anche ora, intorno a noi finiscono amori, si sgretolano patrimoni economici, vengono cancellate esistenze e contemporaneamente si accendono altre passioni, crescono nuove fortune , sbocciano splendide vite.

E si va avanti.

Conta soltanto quel che ancora può essere e sarà .

E per questo che ho deciso di sospendere questo blog, non esistono più i presupposti per mantenerlo in vita e io sono contraria all’accanimento terapeutico.

Era nato con l’aspirazione di trarne anche un libro, di scriverlo a quattro mani io e la Grace e finché è stato possibile l’abbiamo fatto.

Tra i desideri che avevo elencato nel primo post del 2015 il 7 non si potrà mai avverare e il blog fa parte di quella mia vita di prima che ora non esiste più, come non ci sono più le due ragazzine che nella foto sorridono ignare di tutto ciò che avrebbero dovuto affrontare dopo, anche se fino all’ultimo l’abbiamo fatto sempre insieme, come non c’è più lei, oggi che è il giorno del suo compleanno. 

C’erano le cose che facevo prima e ci sono quelle che ho fatto, che faccio e che farò. 

Sarà un altro modo di stare al mondo e non credo sarà migliore.

Le piccole cose quotidiane sono forse in grado di lenire il dolore, ma chi, seppur a ragion veduta, ce lo consiglia, quasi sempre non ha la minima idea di che effetto faccia una voragine che ti si apre sotto i piedi, ingoiando tutto in un istante. Sembra così facile per alcuni sproloquiare di attività extracurricolari e di vie d’uscita.

Svegliarsi davvero sole, non essere mai cadute prima, non essersi sbucciate le ginocchia e rendersi conto tardi di non sapere come fare almeno a non slogarsi la caviglia…sentirsi fragile come un pacco bomba pronto ad esplodere, perché prima abbiamo vissuto sempre al riparo dalle intemperie, perché con noi c’era chi ci amava e ci maneggiava con cura: “Handle with Care” mi chiamava Grace, scherzando.

Una delle ultime frasi che mi ha scritto e che qui riporto era: “quando non si vuole accettare una realtà scomoda la si cancella e si cerca a tutti i costi un colpevole. E per la difficoltà di accettare il dolore chiudi gli occhi, vorresti far finta di niente perché non guardare è più comodo. Ma c’è uno stadio superato il quale diventa impossibile non vedere. È allora che i dubbi scemano, é come imparare a leggere: prima devi mettere una lettera insieme all’altra, ma poi quando hai imparato, non puoi più non leggere.”

Ma, aggiungo io, non puoi neanche più scrivere, finché non ci sarà ancora qualcosa o qualcuno che ti incuriosirà e ti farà sorridere di nuovo. Se ci sarà.

Un grazie sincero a chi ha letto, commentato e incoraggiato questo blog. 

Your Sincerely 

L’ Amore e l’Età dell’Innocenza

Situazione classica, direi quasi banale: due donne con in mezzo un uomo: lui è Mister Newland Archer, avvocato benestante e promesso sposo della signorina May Welland, bella e giovane, ma la più sensuale non è lei bensì sua cugina, Ellen Olenska.
Sono i protagonisti dell’ “Età dell’Innocenza”, meraviglioso film di Martin Scorsese tratto dall’omonimo libro dell’autrice Edith Wharton, che molti hanno visto e letto ma che tutti dovrebbero vedere e soprattutto leggere, perché sono rari gli scrittori capaci di sondare l’animo umano con la precisione chirurgica della Wharton e altrettanto rari i registi che creano atmosfere raffinate come Scorsese, tanto che nel film abilmente utilizza tre colori, pilastro di tutto il percorso filmico: rosso, giallo e bianco.
Il rosso caratterizza il dolore inespresso, la carica sentimentale di Newland verso Ellen Olenska; lo specchio di tali pulsioni sono gli abiti e il colore delle pareti di casa della contessa.
Il giallo, specifico di Olenska, è il colore della felicità, della vivacità, della disinibizione e dell’isolamento a cui la donna sarà destinata; anche lo specchio d’acqua su cui la sua immagine risalta mentre viene osservata da Newland è dorato, inoltre pure le rose che quest’ultimo le invia sono dorate, infine gialle sono le tende dell’appartamento parigino delle quali Archer rievocherà l’immagine di una occasione mancata.
Il bianco è il colore della totalità, aristocratico, dalla natura ambigua, poiché può essere definito come l’unione di tutti i colori o non-colori , è il preferito di May e anche dei fiori a lei legati, i mughetti.
La storia si racconta in fretta: Newland e May sono la classica coppia di predestinati: stesso ambiente sociale, stessa educazione, reciproca attrazione fisica.
Ma l’arrivo di Ellen Olenska scompagina il presepe.
Newland si innamora di lei o più precisamente di ciò che lei rappresenta: l’ esistenza libera e fuori dagli schemi.
L’intera trama è la storia dei tentativi di Newland di scartare dai binari di una vita già predestinata, ma ogni volta i casi della vita e la volontà delle due donne lo riconducono al suo destino.
Non vorrebbe più sposarsi ma lo fa.
Poi vorrebbe lasciare la moglie e non lo fa.
Rimasto vedovo gli si offre un’ultima occasione per riprendere il suo grande amore mancato , ma preferisce rinunciarvi , pur di non sporcare il ricordo di un sentimento irrisolto e forse proprio per questo inalterato nel tempo.
Potendo ascoltare le loro versioni Newland parlerebbe così: “Sono un uomo irrequieto , immerso nei riti formali di una comunità che vive ogni cambiamento come un’eresia da rimuovere.
La mia May è una donna meravigliosa, fidanzata, moglie e madre ideale .
Sposandola ero sicuro che mai l’avrei sorpresa con uno stato d’animo inatteso, un’idea nuova, una debolezza, un capriccio, un’emozione.
Ellen è molto diversa.
Non ha l’avvenenza nè la giovinezza di mia moglie, ma emana la misteriosa autorità del fascino.
Possiede la libertà e ha la facoltà di suscitare possibilità tragiche e commoventi al di fuori del corso quotidiano dell’esistenza.
Le ho edificato una sorta di santuario interiore a cui ho sempre portato in dono i miei più segreti pensieri.
Lei è il fiore della vita che non ho colto e tutti, credo, ne hanno uno.”
E Ellen forse replicherebbe così:” Ho agito per il bene di tutti , ma soprattutto per il suo.
Se di me lui ama il gusto del proibito e dell’avventura, io sono attratta dalla sua solidità .
È un maschio autentico, capace di infondere tranquillità e protezione,con lui mi sento come una bimba che di notte entra in una stanza dove c’è sempre la luce accesa.
Ma questa è sempre stata una storia impossibile per tante ragioni: Newland mi tranquillizza, ma mi annoia, non è un conversatore brillante, non ha particolari talenti, mentre io sono una donna che si reinventa ogni giorno, un’imprevidente che vive l’attimo in cui si sente felice.
Temo che il suo romanticismo stereotipato non reggerebbe alla prova della vita vera, perciò l’ho sempre dissuaso dal lasciare mia cugina.
Noi siamo una di quelle coppie incompiute che possono sentirsi vicine solo rimanendo lontane.”
E May cosa direbbe di tutto questo?
“È assurdo affrontare la vita come i personaggi di un romanzo , nella realtà la gioia assoluta non esiste, bisogna accontentarsi di raggiungere quella possibile .
Io ho fatto finta di non accorgermi che Newland aveva un debole ricambiato per Ellen.
Gli ho offerto la libertà di lasciarmi prima del matrimonio, ma in seguito ho difeso il nostro legame con tutte le armi a disposizione .
Lo riconosco, sono l’esatto opposto di Madame Bovary : in me la profondità di un sentimento coesiste con una totale assenza di immaginazione. Per mio marito rappresento la pace,la stabilità e il senso di immutabilità di un dovere ineluttabile , ma temo che lui non li consideri come complimenti, mentre per me lo sono.”
Ci sono amori che producono mondi tangibili: matrimoni, figli, patrimoni e altri che ne creano di immateriali : progetti,emozioni, sogni mai sporcati dalla controprova della realtà ; io ero quasi riuscita a centrare i tre obiettivi dei primi, ma senza dubbio, pur consapevole che non sia un bene, sono più predisposta verso i secondi.
Si diventa adulti quando si comprende il senso delle limitazioni che ci indignavano in gioventù, e che anche i più dolci ricordi hanno una perfezione ingannevole, ma siamo così sicuri di voler davvero crescere e abbandonare l’età dell’innocenza?

IMG_2584.JPG

Oriana con il cuore più stanco della voce

Le sue teorie sul mondo islamico sembrano oggi per molti versi quasi profetiche. I suoi libri continuano a far riflettere e discutere.
Una raccolta postuma di conferenze americane rende pieno merito all’alto tasso di provocazione che ha sempre alimentato il caratteraccio di Oriana Fallaci, alla tendenza di combattere per la “sua” verità anche a costo di delusioni e sconfitte.
In un foglio trovato tra vecchi appunti scriveva di sentirsi «soltanto una che ha il coraggio di dire ciò che pensa, di fare ciò che crede debba essere fatto, di vivere tentando di non cedere alla paura».
Avremmo voluto vedere le facce attonite degli studenti e dei professori dell’Amherst College del Massachusetts, che l’avevano invitata a parlare sul ruolo del giornalista nella società, quando attaccò subito a testa bassa i due mostri sacri della carta stampata statunitense, l’intoccabile New York Times e il magazine Time.
Il secondo lo liquidò bocciandone la «tecnica mistificatrice» che consiste nell’assalire il lettore «con bombardamento di notizie pseudo-obiettive, messe insieme per dargli l’impressione di essere superinformato lasciandolo in realtà perso in un labirinto di informazioni di cui non capisce il significato».
Insomma la tecnica di fingere di dire tutto senza dire nulla. Stessa tecnica del New York Times, quotidiano scritto benissimo ma su cui la fiorentina si interrogava sul senso dello slogan di quel giornale: «Tutte le notizie che meritano di essere stampate». E le altre? E le omissioni? La scelta delle notizie, chi la fa e in base a quali criteri? Il criterio dell’obiettività? «Ma che cosa è l’obiettività? Essere corretti, precisi, non inventare, stare rigorosamente sui fatti? Non basta, questa è pura e semplice onestà professionale. L’obiettività è ben altro, è il diritto e il dovere di esprimere un giudizio, di fare un commento. Io sostengo che nessuno può privarmi di quel diritto e di quel dovere».
Il tono generale del libro “Il mio cuore è più stanco della voce” ricorda quello dei pamphlets scritti dopo gli attentati dell’11 settembre ma i temi sono ovviamente diversi benché tutti sostenuti da un uguale, forte impegno civile.
Ai suoi lettori la Fallaci non ha mai fatto mancare nulla della sua visione del mondo, la polemica, la trasgressione, l’inflessibilità, la sfida alle idee comuni.
Le sue conferenze provocavano talvolta incidenti, come accadde ad Harvard: applausi e fischi si erano trasformati in parapiglia, la polizia del campus era dovuta intervenire, «gli studenti si picchiavano come ossessi e un vecchio professore voleva picchiare me».
Andò anche peggio, con sua grande soddisfazione, nel 1983 a Buenos Aires. Il regime dei generali stava per schiantarsi, le elezioni libere erano imminenti e lei andò a presentare il suo ultimo libro “Un uomo”.
A qualcuno tra il pubblico non garbarono gli accenni ai desaparecidos e alle torture inflitte agli oppositori, Oriana reagì a modo suo, un paio di giornalisti argentini la insultarono, scoppiò un subbuglio, la scrittrice gridò: «I giornalisti argentini non hanno avuto coraggio di denunciare i crimini dei generali… senza giornalisti di regime questa dittatura non poteva sopravvivere!». La stampa reagì chiedendo il suo arresto o l’espulsione dal paese. Il libro comunque andò a ruba.
Pur non conoscendo bene la lingua spagnola, Oriana aveva voluto curare lei stessa la traduzione anche di “Un uomo”.
Non si fidava dei traduttori. Li viveva come una dolorosa fatalità. Scrittrice in puro toscano, temeva che essi tradissero ritmi, suoni, echi, allusioni. Poiché parlava sia il francese, sia l’inglese, volle partecipare direttamente ai lavori per tutti i suoi libri.
Era da poco uscita l’edizione italiana di Insciallah, il romanzo sulla guerra in Libano quando andò a Parigi per la traduzione in francese presso l’editore Gallimard, che aveva mobilitato il miglior linguista sulla piazza. Nel rileggere il primo capitolo Oriana aveva avuto una crisi di nervi. «Una indegnità», gridava nei corridoi, «una vergogna!» Le diedero un altro traduttore (una professoressa universitaria) e le crisi si erano ripetute. Finì che la cattedratica traduceva, passava le cartelle alla Fallaci che ritraduceva implacabilmente. Sempre tesa, sovreccitata. La salute vacillava, il cancro che doveva ucciderla si faceva sentire.
Riscrisse da cima a fondo l’opera della professoressa e pretese che la firma del traduttore fosse il nome di una persona inesistente, Victor France. Uscendone vincitrice totale e facendo apparire sul libro una definizione mai apparsa nella storia delle letterature mondiali: «Translation by Oriana Fallaci from a translation by James Marcus», traduzione di Oriana Fallaci da una traduzione di James Marcus.
«Sono una donna scomoda che dice cose scomode», era stato l’incipit della conferenza di Buenos Aires. Scomoda anche a se stessa.
Fu a lungo inviata nel Vietnam, facendosi molti nemici per avere condannato gli orrori compiuti dagli anticomunisti del sud. Dopo il conflitto aveva voluto visitare anche il nord e denunciò con altrettanto vigore gli orrori del regime comunista di Hanoi. Libro sincero, che dice su Oriana Fallaci molto più e meglio di quanto abbiano detto i suoi romanzi, le sue interviste planetarie, i resoconti di guerre e rivoluzioni, i pamphlets sui musulmani. Un libro indispensabile per cogliere i segreti di una donna che resta tra le più eminenti giornaliste del Novecento.
E come riesce a descrivere i dolori dell’anima ci fa capire quanto fosse difficile essere Oriana Fallaci.
“Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito. Se ti becchi una pallottola o una scheggia si mettono subito a strillare presto-barellieri-il-plasma, se ti rompi una gamba te la ingessano, se hai la gola infiammata ti danno le medicine. Se hai il cuore a pezzi e sei così disperato che non ti riesce aprir bocca, invece, non se ne accorgono neanche. Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o da una scheggia. Sono ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare.”

IMG_2471.JPG

Piccoli e Grandi Amori Pelosi

IMG_0664-0.JPG

La prima è stata la lupa Lilli, protettiva con quella piccola intrusa arrivata a toglierle spazio e coccole, ma non me l’ha mai fatto pesare, anzi è stata la mia prima docile compagna di giochi, premurosa e attenta bodyguard è stata con noi quasi 18 anni e mi ha insegnato a rispettare i suoi simili e a non trattarli come peluche.

IMG_2366.JPG
Poi è arrivato Cico, barboncino nano vivacissimo tanto che spesso riusciva a scappare da casa gettando l’intera famiglia nella disperazione, finendo anche investito da un’ auto e uscendone miracolosamente quasi illeso.
È stato il testimone dell’inizio dell’amicizia con la mia Grace, ricordo ancora le nostre “vasche” in centro, con lui al guinzaglio e la Grace con un barboncino identico ma nero, piene di “braura” e di sogni come solo da adolescenti si può essere.

IMG_2367-1.JPG
Insieme a Cico c’era anche il persiano Pierre, detto anche Bowie per i suoi occhi cangianti come David Bowie, mio mito da adolescente e ancor oggi, gattino anomalo perché affettuosissimo, anche con il pestifero Cico, adorato da mia madre, ma che purtoppo ci ha lasciato presto causa una leucemia fulminante che ci addolorò tutti talmente tanto da non volere più nessun gatto a sostituirlo.

IMG_2368-0.JPG
Lord Byron, affascinante bobtail dal nome altisonante è stato il mio primo cane da sposata: impegnativo, esuberante, una montagna di pelo e affetto che ci ha riempito la vita coniugale meglio e più di due gemelli urlanti e scatenati.
Ma lo abbiamo adorato, purtroppo non è rimasto a lungo con noi, giovane divo come Jim Morrison o James Dean è stato colpito da una torsione gastrica che non ha lasciato scampo.

IMG_2371.JPG
Non avevo ancora elaborato il lutto per il mio Lord che, inaspettato come i veri grandi amori è arrivato Youk, cucciolo Labrador di appena due mesi, discendente di una dinastia importante e che appena insieme a Paola lo abbiamo visto mi è corso incontro, mi ha scelto ed è stato coup de foudre.
Su di lui potrei riempire tutto il mio blog, oggi sono cinque anni che non c’è più e non c’è giorno che non mi manchi, che non mi venga il magone ogni volta che vedo un Labrador, perché lui è stato il Mio Cane, fedele, affettuoso e presente in tutti i miei momenti più importanti, al mio fianco nelle decisioni più difficili, perché con lui sono diventata grande, è stato il compagno di avventure più leale, paziente e coraggioso, impareggiabile e insostituibile.

IMG_2372.JPG

IMG_2369.JPG
E grazie al mio Youk nella nostra famiglia sono arrivate due trovatelle, abbandonate da chissà quali esseri spregevoli e salvate dal suo grande cuore e da noi che non abbiamo potuto lasciarle sole.
Viva è stata con noi per quasi diciott’anni, ha vissuto i miei lutti più brutti, compreso quello di Youk, ma non hai mai perso la sua allegria ed è stata una meravigliosa compagna di vita fino all’ultimo, quando ho dovuto purtroppo decidere io di porre fine alle sue sofferenze ed è stato straziante lasciarle andare.
Birba “la Dolce” invece, sempre trovata da Youk durante una passeggiata in campagna è stata adottata da Paola e fino a che è stata con noi ha dispensato energia, voglia di vivere e a lei associo momenti di grande allegria, gite, vacanze e grigliate nel giardino della Zia Norina, insomma solo cose belle.

IMG_2373.JPG
E infine, “last but not least” ecco l’ultimo cucciolo di famiglia, altro nome altisonante, Duca del Casato del Grillo, detto Duke in onore di Duke Ellington, un pincher di neanche tre chili, a tutti gli effetti il Capofamiglia, vivace, collerico, caratteriale e irresistibile, ma è così gratificante la sua dedizione che è impossibile non viziarlo e con lui non ci si sente mai soli.

“Per scrivere sugli animali bisogna essere ispirati da un affetto caldo e genuino per le creature viventi, e penso che a me questo requisito verrà senz’altro riconosciuto.” (Konrad Lorenz)
Dedicato ai miei piccoli grandi amori pelosi